Nutpicking, antisemitismo e pasticcini alla m*rda
O anche: come la disciplina emotiva sia tra le "conditio sine qua non" dell'ambito pre-politico

Qualche tempo fa, si discuteva con amici riguardo allo stato della cosiddetta “contro-informazione” in Italia. Il punto sul quale si concordava era il cattivo - per usare un eufemismo - stato in cui questa versava in ambito puramente qualitativo, condizione inversamente proporzionale a quella relativa all’ambito quantitativo: eravamo - e siamo - infatti letteralmente circondati da siti, pagine, personagg(ett)i che pubblicavano video, analisi, interviste, opinioni.
Era appena scoppiato il conflitto fra Russia e Ucraina al tempo di questa conversazione, e la situazione non è cambiata ad oggi, se non per il fatto che ad aggiungersi alla schiera di tematiche (mal)trattate da questo microcosmo di contro-informazione vi è la guerra in Palestina.
Recentemente, ha suscitato scalpore un video pubblicato da Cecilia Parodi, scrittrice ed ex-cooperante a Gaza, definita dalla stampa “attivista pro-Pal vicina al PD”, nel quale la scrittrice si lascia andare a uno sfogo (in lacrime, ça va sans dire) dove emergono esternazioni antisemite. Il video, purtroppo o per fortuna, non è più reperibile, per cui mi baso su alcuni virgolettati isolati riportati dalla stampa (comunque ingiustificabili, perché non esiste un contesto dove una frase come “Odio tutti gli ebrei” possa essere ritenuta opportuna), ma il danno è oggettivo e ormai è stato fatto.
A fare ancora più scalpore è il fatto che Cecilia Parodi sia stata invitata tempo fa ad un convegno su “Colonialismo e Apartheid in Palestina”, organizzato dai Giovani Democratici. È perciò chiaro come tutta questa incresciosa questione si è rivelata un boomerang per il Partito Democratico, accusato da più parti - alcune delle quali dovrebbero tacere, a onor del vero - di dare spazio all’antisemitismo e all’intolleranza. Pende inoltre una querela da parte del console onorario di Israele in Toscana, Emilia Romagna e Lombardia nei confronti della scrittrice.
Cecilia Parodi si unisce alla folta schiera di personaggi che trovano - o ritrovano - la fama legandosi a opinioni controverse o a cause politiche/umanitarie, il più delle volte (se non quasi sempre) in maniera scomposta, emotiva, rabbiosa e irrazionale. Un’altra “punta di diamante” di questa categoria antropologica è Gabriele Rubini, in arte Chef Rubio, che ormai è più conosciuto per le sue posizioni sulla Palestina che per i suoi programmi di cucina (che ormai sono solo un ricordo).

“Sbatti lo squilibrato in prima pagina”
Perché questo preambolo su queste due personalità che, probabilmente, in un’utopica società che non presenti segni così gravi di squilibrio (anche psicologico) all’interno del dibattito politico/culturale, verrebbero educati a una comunicazione più cosciente, equilibrata e centrata? Semplicemente perché queste persone operano un danno incalcolabile nei confronti del fronte politico di cui, coscientemente o incoscientemente, fanno parte.
Il concetto di “nutpicking” è estremamente interessante in tal senso. Partendo dal concetto di “picking the nut” - letteralmente, “pescare lo sciroccato” -, è una fallacia logica che si basa sull’isolamento, all’interno di un gruppo politico, intellettuale o anche solo all’interno di un’opinione condivisa, delle frange e degli individui più “vulnerabili” da un punto di vista intellettuale e dialettico, individui che espongono le proprie opinioni e, di conseguenza, si espongono, in maniera confusa e impulsiva, senza valutare le conseguenze e, soprattutto, senza un’adeguata “attrezzatura” intellettuale; su questi individui, non sempre ma spesso marginali all’interno del gruppo di riferimento, si costruisce una critica ad hominem indirizzata all’intero target della propria polemica.
Si possono trovare miriadi di esempi: nella polemica contro al veganesimo di solito vengono portati come esempio di critica attivisti che sbraitano sui social contro chiunque cucini una bistecca, oppure si può citare la creazione della categoria delle “femmi-nazi”, che dovrebbe inquadrare le militanti femministe più intransigenti, ai limiti della misandria, per criticare il femminismo in toto.
Non ci sarebbe neanche bisogno di dire come, in un clima politico polarizzato dove ogni critica alla praxis politica e bellica israeliana viene tacciata di antisemitismo, evitare di isolare, anzi dando maggiore spazio pubblico di espressione aldilà delle semplici piattaforme social, a individui come la Parodi e Rubio, sia come permettere al proprio cane di mantenere un comportamento aggressivo e lamentarsi che di tanto in tanto morda. Perché di cani rabbiosi stiamo parlando, che espongono un’intera categoria - ossia quella, dove mi metto anche io, di persone che, sia sul piano intellettuale che su quello politico, espongono il proprio sostegno alla causa palestinese - ad attacchi, anche violenti, da parte di chi non dovrebbe insegnare nulla in termini di etica e moralità.
Certo, il più delle volte questi attacchi sono risibili da un punto di vista meramente metodologico. Infatti, gli editoriali di Molinari, gli sproloqui di Parenzo oppure i deliri della Nirenstein rispondono perlopiù all’esigenza di fare pressione sull’opinione pubblica approfittando di temi trigger sfruttati ad hoc, come l’antisemitismo (dico “sfruttati” e non “creati”, perché in Europa, e anche in Italia, ancora gira lo spettro dell’antisemitismo; curiosamente, tuttavia, per toccarlo con mano è più facile cercarlo fra le basi elettorali dei migliori alleati dell’attuale governo israeliano - Fidesz in Ungheria è un ottimo esempio - o nella persistenza di pregiudizi storici ancora incistati nelle popolazioni di alcuni dei migliori alleati di Israele - ancora, l’Ungheria, oppure Polonia, Russia e Ucraina - che mescolano un antigiudaismo di matrice cristiano-conservatrice a un vero e proprio feroce antisemitismo1).
Questo lobbismo mediatico pro-Israele non ha bisogno di essere elegante e metodologicamente corretto, perché nella sua opera di radicalizzazione dispone di ogni tipo di piattaforma e canale per creare opinione ed egemonia, attraverso una cupola di power holders ramificata fra gruppi editoriali, partiti politici, gruppi industriali ecc., i quali condividono i medesimi interessi e permettono al dato informativo di sedimentarsi e radicarsi. La capacità di mobilitarsi attivamente per veicolare in maniera compatta i propri interessi, operare persuasione e creare opinione risponde pienamente all’ambito del politico.

È perciò chiaro come il fronte che si oppone a questa narrazione - il quale, nonostante la mobilitazione globale che la guerra su Gaza ha suscitato, si muove ancora in ambito pre-politico (dove con “ambito pre-politico” si intende qualsiasi di tipo di mobilitazione che preceda e costruisca i tasselli della mobilitazione politica vera e propria, intesa come “accesso alla sfera del politico”) - non possa permettersi, nella sua eterogeneità, di incamerare elementi arrecanti danno a sé stesso.
L’ambito pre-politico, per tradursi in politico, e quindi per ambire, tra le altre cose, a diventare “movimento” e a creare narrazioni, richiede, a chi aspira a ciò, disciplina. Una disciplina che non è solo di natura intellettuale, ossia preparazione culturale, studio, analisi et alia; prima di tutto, è necessario sviluppare una “disciplina emotiva”, ossia la capacità di approcciarsi ai fatti sine ira et studio. Gli sfoghi in lacrime della Parodi e il flaming di Rubio sui social sono il sintomo di un odio ideologico che diventa componente psicopatologica e che corrode la capacità analitica e mina la credibilità di un intero fronte, compromettendone le possibilità di mobilitazione su scala più ampia. Un odio che espone tutti a critiche circostanziali molto gravi come quella che Matteo Marchesini, critico letterario ed editorialista, fra gli altri, per Il Foglio, ha esposto sulla sua pagina Facebook in merito al video della scrittrice:
“A chi pensa sia esagerato allarmarsi per un antisemitismo che non è solo quello apertamente feroce delle destre, ma anche quello inconsapevole delle ‘sinistre’, vorrei dire di guardarsi un po’ meglio intorno. I mostruosi video di Cecilia Parodi contro "gli israeliani" e "gli ebrei" non esprimono solo un atteggiamento patologico personale, ma riassumono un atteggiamento patologico collettivo: contengono tutto ciò che di ignobile viene ripetuto in questi mesi (decenni) dai propal europei, e testimoniano tutta l’inconsapevolezza, tutta la soddisfatta ignoranza che portano le società verso il baratro. Fin dall’8 ottobre si è cominciato a mettere in dubbio il pogrom del 7 - e lo hanno fatto le stesse persone che intanto accettavano subito, acriticamente, le notizie fornite da Hamas. Da allora leggo e sento quasi ogni giorno affermazioni, diciamo ceciliaparodistiche, di gente influente che addirittura nega le violenze e gli stupri di Hamas […].”
Critica tanto elegante (Marchesini non è certamente Parenzo) quanto tendenziosa e retorica: come si può controbattere di fronte all’accusa di “antisemitismo patologico collettivo”, quando abbiamo un’autrice, con peraltro legami con il settore giovanile di un partito all’opposizione di governo, che ammette di “odiare gli ebrei”?2
Il discorso sarebbe lungo e complesso, impossibile da esaurire in questo solo articolo. Una delle critiche che è stata fatta a questo ragionamento è che un’alternativa si costruisce con ciò che si ha a disposizione, non con ciò che si vorrebbe avere. Penso che questa critica sia la ragione per la quale saremo (ma poi, saremo chi?) sempre condannati all’irrilevanza. Per usare una metafora, è vero che “un muro si costruisce dal basso”: la verità è, tuttavia, che senza cognizione, volontà, ordine mentale (o disciplina emotiva) non si costruisce nulla. Quindi sì, il muro si costruisce dal basso, ma i mattoni vengono calati dall’alto.
Ma la metafora che preferisco rimane quella con cui si chiuse la discussione alla quale accennavo a inizio articolo: se hai della m*rda, non puoi certo farci i pasticcini.
Si dovrebbe dare per scontato il fatto che antigiudaismo e antisemitismo non siano sempre sovrapponibili e che rispondano a due tipi di pregiudizio differenti: il primo di ordine religioso (al quale rispondono le accuse di deicidio e, in minor maniera, anche quelle di “omicidio rituale” tradizionalmente indirizzate agli ebrei), il secondo - figlio prediletto dell’Ottocento europeo - di ordine etnico-razziale, ossia un pregiudizio basato sui caratteri innati attribuiti agli ebrei.
Non entro nel merito del post di Marchesini, che non condivido per nulla. Dico solo che nei fenomeni complessi, come l’eterogeneità ideologica del fronte “propal”, è facile che ognuno veda ciò che vuole vedere; semmai Marchesini, pur essendo un intellettuale di spessore, ci dimostra cosa si produce quando si rinuncia all’analisi e si ragiona in maniera partigiana.



