"Nu'a, nu'a sof"
Frammentazione politica, metamorfosi identitaria e fine dell'eccezionalismo israeliano
Qualche giorno fa mi sono trovato ad assistere, nella vivace ambientazione di Tor Bella Monaca (fra venditori urlanti e passanti passivi, membri di quel sottoproletariato urbano al quale una certa politica o finge di interessarsi, oppure nutre di odio e revanscismo, in entrambi i casi provando profondo disprezzo nei suoi confronti) alla presentazione di un libro che è da qualche settimana che, complice i contatti social con l’autore, mi rimbalza davanti.
Il libro in questione si intitola “Israele e il 7 Ottobre - Prima/Dopo” (Guerini e Associati, 2024) e l’autore è Fabio Nicolucci, analista strategico ed esperto di relazioni internazionali, membro del Comitato Scientifico della NATO Defense College Foundation e del CdA dell’Università per Stranieri di Perugia, nonché editorialista de Il Mattino.
In questa newsletter, sia io che Mempo abbiamo sempre sottolineato l’importanza della preparazione scientifico-culturale nell’approcciarsi a tematiche quali, ad esempio, il Politico; l’onestà intellettuale e il riconoscimento di tale preparazione mi portano perciò sicuramente a portare rispetto all’indubbia competenza di Nicolucci, nonostante sia palese il solco profondo fra le sue posizioni, data la sua estrazione liberal-democratica e la manifesta vicinanza a Israele, e quelle espresse dagli autori di questa pubblicazione. Inoltre, va riconosciuta, in tempi balordi come questi, la predisposizione dell’autore al confronto (uno degli elementi migliori del liberalismo, va ammesso), anche serrato, sempre condotto con pacatezza ed equilibrio: considerando come le varie fazioni oggi si presentino alla discussione già con la bava alla bocca (basti guardare l’atteggiamento, ai limiti dell’isterico e del nevrotico, di Fiammetta Martegani, giornalista de Il Foglio, in questo dibattito sul canale youtube del giornalista Paolo Mossetti, oppure i già citati casi di Chef Rubio e Cecilia Parodi), ciò costituisce una immensa nota di merito nonché elemento essenziale della dialettica politica, come già scritto in questa newsletter.
Questo articolo non è una recensione del libro (che ho appena iniziato), ma costituisce, o perlomeno vorrebbe costituire, una serie di riflessioni su alcuni elementi che, direttamente o indirettamente, sono venuti fuori dalla presentazione. Lungi dal voler essere complete, tali riflessioni vogliono integrare un dibattito critico che è vivo e sta prendendo spazio, data la (invero tardiva e anche ipocrita, ma non per questo inutile da un punto di vista politico, come si tenterà di spiegare) reazione della politica istituzionale di fronte ai crimini del governo israeliano.
I “due Israele”
Una delle teorie proposte, riguardo l’attuale situazione di crisi interna a Israele - che si traduce in una condotta bellica improntata sul massacro - è l’esistenza di “due Israele” in lotta fra loro: uno, tendenzialmente di sinistra, che richiama i cosiddetti valori laici e universalistici (sic) del sionismo delle origini, l’altro, invece, messianico e religioso, xenofobo e razzista.
Questa fotografia è utile per dare un accenno della spaccatura interna alla società israeliana al profano, ma è molto semplicistica e, in ultima analisi, ingenua.
In primis, isolare una società complessa e stratificata come quella israeliana in questi due macrogruppi non dà conto di importantissime sfumature di ordine socio-politico. Messa così, sembrerebbe che Israele sia stato preso in ostaggio contro la sua volontà da un manipolo di invasati charedim entrati in politica dalla porta aperta dal governo Netanyahu VI. È certamente vero che la presenza di partiti charedim (Otzma Yehudit - partito del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir -, Yahadut HaTora e Shas) e religiosi ultra-nazionalisti (HaTzionut HaDatit - il partito del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich - e Noam) nell’attuale coalizione di governo non ha precedenti, ed è pur vero che è estremamente inquietante come, ad esempio, l’attuale ministro della sicurezza nazionale sia un ex-Kach (partito che, ricordiamo, è stato considerato da Israele stesso come organizzazione terroristica) che non ha mai rinnegato la sua fede kahanista, suprematista e islamofoba (ma voi ci pensate se a ricoprire la carica di ministro degli Interni in Italia venisse nominato Franco Freda? Con la differenza che Freda avrebbe - condizionale d’obbligo data la vicenda giudiziaria - sì sulle spalle diversi morti, ma è un personaggio molto più equilibrato e meno ideologicamente invasato di Ben-Gvir1); tuttavia, ricordiamo che a capo della coalizione vi è un partito come il Likud di Netanyahu, che non è un partito religioso, bensì il principale partito laico di destra liberale, fondato negli anni ‘70 da Sharon e Begin.
Sarebbe più corretto, a parere di chi scrive, più che evidenziare una “spaccatura” fra due Israele (che serve in realtà a portare avanti una narrazione specifica che vedremo subito), riportare come l’intero corpo politico e la società israeliana si siano, in specifiche questioni, progressivamente radicalizzate a destra, lasciando perciò spazio di manovra anche a elementi e partiti politicamente “antinomistici”.
È conseguente che uno spostamento del genere, che è avvenuto gradualmente soprattutto negli ultimi trent’anni, trovi comunque delle sacche di dissenso all’interno della società israeliana, ma qua veniamo proprio a ciò che considero sbagliato dell’analisi fornita da Nicolucci, ossia il corollario che viene lasciato passare: occorre che Israele recuperi e faccia trionfare il proprio pedigree democratico e liberale, che risiede chiaramente nella parte laica, per far fronte alla minaccia interna di Netanyahu e soci.
Una riedizione di un pensiero salafita in salsa liberaldemocratica, verrebbe da dire: recuperare una indefinita purezza delle origini per far fronte alla minaccia antinomistica. Ricorda le conclusioni di un recente articolo di Adriano Sofri, apparso su Il Foglio:
[…] in nessuno dei genocidi “classici” che ho elencato, in Armenia, a Srebrenica, in Ruanda, in Cambogia ci sono mai stati combattivi partiti d’opposizione, militari renitenti, folle di manifestanti tenacemente contrari, membri della popolazione decimata presenti nel Parlamento del regime persecutore o nei dibattiti pubblici. Nessuno può immaginare che durante lo sterminio nazista degli ebrei la casa di Adolf Hitler fosse quotidianamente circondata da manifestanti che chiedevano le sue dimissioni e la sua incriminazione. Né la casa di Pol Pot. Questo fa una enorme differenza. E fa un alleato in Israele.
Verrebbe da ribaltare questo ragionamento, che sembra brillante (Sofri non è uno stupido) ma non lo è affatto; la popolazione tedesca, che tuttavia sapeva probabilmente poco dell’orribile genocidio in corso (e quel poco, filtrato in una combinazione di voci e speculazioni, molte delle quali tristemente veritiere), non poteva protestare, mentre gli israeliani possono, eppure questo fattore non contribuisce ad arrestare la mattanza in corso. Chi è peggio, la Germania nazista che sterminava innocenti perché era una dittatura o Israele liberal-sionista che stermina innocenti perché non lo è?
Questa è una provocazione, chiaramente, ma rispondere che la ragione per cui ciò che sta avvenendo a Gaza avviene perché Israele ha perso la propria “purezza” liberal-democratica, e che occorra recuperarla per asportare la “metastasi” messianico-religiosa, afferisce più al campo dei desiderata più che a quello analitico.
“Fuori, andare fuori”
Occorre comunque dire che un mutamento nella società israeliana è effettivamente avvenuto per poter oggi discutere di quanto succede in maniera critica. Già in un precedente articolo di questa newsletter, Mempo affermava:
Allora da quando lo Stato di Israele sarebbe impegnato nella rimozione e distruzione attiva della popolazione araba della Palestina? Una possibile risposta è: da quando l'ideologia razzista ed etnonazionalista che contraddistingue l'attuale governo israeliano ha trasformato Israele, ossia da quando il Paese è guidato da una compagine di centro-destra alleata con le frange più intransigenti e fanatiche del sionismo religioso. Grosso modo nei 25 anni dell’era Netanyahu. Un quarto di secolo che ha visto i governi del Likud fare tutto quello che era loro possibile per impedire la formazione di uno Stato palestinese ed attuare una progressiva pulizia etnica in Cisgiordania con l’aiuto del “para-stato” dei coloni.
Questo è un punto scottante che parzialmente divide me e il mio buon amico e collaboratore. Da un lato, è verissimo che vi è stato, nella storia di Israele, uno slittamento a livello strutturale dell’ideologia sionista da una forma di identitarismo politico moderno secolarizzato non essenzialmente religioso (non propriamente un nazionalismo laico; va tuttavia considerato come il sionismo abbia presentato diverse anime e interpreti2) all’etnonazionalismo prevalente oggi, in diverse sfumature e intensità da destra a sinistra: d’altronde, come suggerivo qui, se consideriamo la prospettiva metapolitica che vede il sionismo come il risultato della commistione fra la prospettiva escatologica ebraica con un’ontologia politica secolarizzata, è difficile non prevedere come ad un certo punto l’elemento più forte, quello afferente alla salvezza e all’eccezionalismo, prenda il sopravvento.
Ma queste prospettive presentano limiti e spiegano solo parzialmente l’attualità. Occorre semmai rintracciare, nella storia di Israele, ciò che ha permesso, da un punto di vista politico e sociale, quindi strutturale, che la società israeliana si frammentasse progressivamente e attuasse quella “catabasi” negli inferi dell’etnonazionalismo più intransigente. L’unico evento, a mio avviso, che possa costituire uno spartiacque in tal senso è la Guerra del ‘67.
È lì che la società israeliana ha incominciato ad “ammalarsi” irreversibilmente. Perché, molto semplicemente, il ‘67 segna quel passaggio paradigmatico da “Terra Promessa” a potenza occupante, con tutti gli strascichi che a livello politico e sociale questa nuova concezione del proprio spazio (sarebbe meglio usare il termine nomos, in questo caso, come avrebbe fatto Schmitt) comporta. Ed ha effetti anche sul dibattito pubblico e politico, radicalizzando e facendo fiorire posizioni massimaliste e antinomistiche - a meno di non credere che problemi come la sicurezza nazionale non abbiano un impatto nel discorso pubblico. Ossimori come “contrattacco preventivo”, coniato dal generale Yigal Allon alla fine degli anni ‘50 e usato per definire la strategia bellica israeliana nel ‘67, e la frase nu’a, nu’a sof (“fuori, andare fuori”), ossia l’ordine urlato per iniziare l’assalto, si sedimentano nel tessuto sociale collettivo e diventano giustificazioni esistenziali: difesa preventiva e affermazione del proprio Lebensraum sono concetti che evocano prospettive fosche, a livello storico.
Sarebbe ingenuo quindi pensare che anche la parte più democratica della politica e della società israeliane siano immuni a quanto scaturito da uno degli eventi fondativi e costitutivi del nomos di Israele. D’altronde, ciò è comprovato dal fatto come nessun governo sia mai stato in grado - o abbia voluto - arrestare il processo espansionistico dei coloni in Cisgiordania - sempre più testa di ponte di Israele -, neanche nella stagione riformistica più feconda nella storia di Israele, che corrisponde agli anni precedenti all’omicidio di Rabin.
L’omicidio di Rabin, per l’appunto. La retorica dei “due Israele” era più calzante in quegli anni, semmai: una parte, politicamente composita, che, pur fra mille differenze, voleva gli Accordi, e una parte, che non esito a definire i mandanti morali dell’assassinio, capeggiata dall’attuale Primo Ministro, che soffiava sul fuoco della violenza.
Oggi, purtroppo, le posizioni di fronte a un eventuale Accordo di Pace (ormai una chimera), non sarebbero così nette. Neanche fra chi “conserva” quel pedigree democratico a cui si accennava.
Il “risveglio” della politica nostrana
Di fronte al massacro che l’IDF sta conducendo a Gaza e alle azioni militari condotte in territorio extra-nazionale come in Libano (inoltre, mentre sto scrivendo, Israele ha attaccato l’Iran, un evento che potrebbe avere conseguenze storiche e profondamente preoccupanti), persino la dormiente e mai belligerante classe politica italiana ha incominciato ad esprimere sdegno. Alla presentazione a Tor Bella Monaca, ad esempio, era presente anche il Responsabile Esteri del Partito Democratico Giuseppe Provenzano, che ha espresso posizioni analoghe a quelle dell’autore, nonché di condanna verso l’attuale amministrazione israeliana. Esempio più consistente è stata inoltre la consistente presenza popolare alla manifestazione del 7 giugno.
Troppo poco, troppo tardi, direbbe qualcuno, e anche io in parte lo penso. Inoltre, a dirla tutta, il catalizzare le critiche sulla coalizione guidata da Netanyahu (o esclusivamente su Netanyahu stesso) e circoscriverle all’attuale conflitto è una mossa astuta per non affrontare le problematiche strutturali che impediscono qualsiasi pars costruens nei rapporti fra Israele, Palestina e gli altri stati della regione. Una su tutte, la questione dei coloni, per fare un esempio. Insomma, sicuramente c’è un grosso grado di ipocrisia e, scusate il francese, “paraculaggine”, in questo risveglio.
Ma siccome la dialettica negativa non dovrebbe trovare troppo spazio in questa pubblicazione, occorre riconoscere come la levata di scudi politica contro l’attuale amministrazione israeliana possa essere un’occasione per allargare il dibattito, la cosiddetta “finestra di Overton”, riguardo la critica alla condotta politica di Israele. Nonostante le normalizzazioni che verranno fatte del discorso critico, il dato politico è che l’ “eccezionalismo” israeliano è finito e non ha futuro politico.
Inoltre, occorre ricordare che nessuna posizione di avanguardia è mai fiorita dal nulla, ma sempre da un ambiente dialettico-politico che indirettamente poteva favorirne la formazione. In un dibattito sterile, non è possibile affermare alcunché; in un dibattito che, gradualmente, anche se timidamente, inizia ad usare parole come “occupazione” e “colonialismo”, magari anche impropriamente, è più facile introdursi, a patto di averne le capacità e, tasto dolente su cui su questa newsletter battiamo spesso, l’organizzazione.
Si è tentato di condensare, in questo articolo, solo alcuni punti su cui ritengo ci sia urgenza di un sano dibattito. Non ho voluto tirare in ballo elementi che sarebbero ugualmente essenziali, come lo stato della classe politica palestinese e della cosiddetta “Resistenza”, perché, nonostante rappresentino un contraltare essenziale alla situazione intestina a Israele (e su cui sarei anche più portato a scrivere per deformazione professionale), richiederebbero una trattazione approfondita a parte.
Le critiche espresse non vogliono essere definitive, ma semmai una porta aperta al dibattito sul tema. Sarebbe bello, per quanto illusorio e ingenuo, che, nell’attuale scenario globale, queste modalità avessero un peso specifico maggiore. Purtroppo, la realtà dimostra il contrario: mala tempora currunt, sed peiora parantur.
Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di prepararci a tempi peggiori con gramsciano “ottimismo della volontà”, provando a seminare anche dove la terra è sterile.
Qualcuno potrebbe irritarsi per questo parallelismo, ma solo perché non conosce a fondo la figura di Itamar Ben-Gvir. The New Yorker gli ha dedicato un articolo che tuttavia restituisce solo parzialmente il disgusto che una figura del genere dovrebbe provocare in un assetto democratico, dalle accuse di concorso in organizzazione terroristica fino a quello di incitamento alla discriminazione razziale. Per fare capire, con un aneddoto, chi e cosa rappresenta Ben-Gvir, occorre ricordare come la prima apparizione pubblica dell’attuale ministro della Sicurezza Nazionale è stata nel 1995, in televisione, mentre brandiva l’ornamento della Cadillac di Rabin e scandiva la minacciosa frase “Siamo arrivati alla sua auto, arriveremo anche a lui”. Poche settimane dopo, Rabin sarebbe stato assassinato. Il rischio, quindi, è quello di dipingerlo come una viscida macchietta che ha ammesso di stimare (tanto da avere avuto un suo ritratto in salotto) terroristi come Baruch Goldstein, piuttosto che capire come questo tipo di personaggi stiano facendo correre a grande velocità Israele verso il conflitto civile.
Questo è un punto che andrebbe approfondito in un’altra sede, proprio per smontare la narrazione, che va dai comunisti e anarchici fino ai liberaldemocratici che simpatizzano per lo Stato Ebraico, che vuole il sionismo principalmente come espressione di ideali socialisti, egualitari, comunitari ed universalistici; chiaramente la dimensione dei kibbutzim ha lasciato questa immagine del sionismo, che tuttavia si presenta come controversa ed eccessivamente parziale ad un livello di analisi più approfondito. Mi limito a consigliare una lettura sicuramente altrettanto parziale, ma utile per inquadrare la questione “al centro”, ossia Le Sionisme contre Israël (tradotto in italiano con Storia del Sionismo) di Nathan Weinstock. Inoltre, una breve disanima del fermento politico-culturale ebraico dei primi vent’anni del ‘900 basterebbe per “complicare il pane”, dall’opposizione del Bund Ebraico al sionismo fino a sfumature come le diverse ragioni che portarono alcune figure culturali di rilievo nel mondo ebraico, come Gershom Scholem o Martin Buber, ad aderire al sionismo, su basi tuttavia completamente diverse.



