L'impero dei sonnambuli
Perché Trump non ha rotto con il neoconservatorismo - e perché questo può portare gli Stati Uniti a smarrirsi nel labirinto multipolare
Mentre sugli schermi del mondo va in scena lo stallo iraniano, tra gli osservatori sembra prendere quota una delle vecchie “accuse” mosse a Trump sin dagli esordi della sua presidenza: quella di un suo ripiegamento sulle - o allineamento alle, dipende da chi lo afferma - posizioni neoconservatrici, per tradizione interventiste e assertive dell’uso brutale della forza in politica estera.
È un’osservazione che già si poneva al tempo del primo mandato di Trump; eppure è effettivamente nel suo secondo mandato che egli si sta concretamente muovendo come idealizzatore della violenza quale strumento privilegiato nella risoluzione di certi “nodi” complessi della scena internazionale. Ma è una questione che si pone in termini sbagliati se non si distingue tra il Trump nazional-populista - e vincitore di ben due elezioni presidenziali - e il Trump in quanto presidente degli Stati Uniti.
Quando vinse per la prima volta la corsa alla Casa Bianca, Trump ereditava un ventennio di sconquassi tanto repubblicani quanto democratici. Il primo Trump si poneva come un outsider rispetto a quello che buona parte della società americana considera il nemico principale, ossia quella parte dell’élite statunitense - che non è solo un consorzio di interessi influenzante, ma pure un fronte composito influenzabile: lo dimostra in parte l’alleanza recente di Trump con i nuovi tecnocrati - che ha guidato la globalizzazione e che ha da tempo disgiunto il proprio interesse da quello della popolazione americana nel suo complesso. Trump si è erto a portavoce di quest’ultima, per questa ragione ha sconfitto la Clinton nel 2016 e la Harris nel 2024, rianimando la base degli elettori repubblicani con i canonici slogan sul tradizionalismo cristiano e l’occidentalismo, ma legandola a una matrice retorica “antiglobalista” che fa presa tanto sulle masse dei deplorables (il termine che la Clinton adoperò per tacciare di razzismo, sessismo e omofobia i sostenitori di Trump) quanto – ed è cruciale comprenderlo – sulla componente più nazionalista dei neoconservatori, che disprezza i neocon affiliati ai democratici e spinge affinché gli Stati Uniti restaurino il proprio primato globale attraverso il valore della forza e non, come ipocritamente amano dire i liberal, con la forza dei “valori”.
Il punto centrale, a ben vedere, è proprio questo. In quanto presidente, Trump non può ignorare che le basi della potenza degli Stati Uniti dipendono dal loro ruolo di gendarme mondiale, che deve tutelare in primo luogo gli interessi dei gruppi dominanti occidentali; al tempo stesso, affinché si perpetui questo ruolo, è necessario che la grande potenza oltremarina statunitense riporti la produttività industriale (e le sue filiere) in casa e lontana dalla portata di attori ostili. Ossia, è necessario ricostruire l’economia americana, che di questa potenza è il fondamento materiale, a scapito della capacità di proiezione globale illimitata (i cui costi di mantenimento sono semplicemente esplosi, assieme al debito pubblico, nel cosiddetto periodo unipolare 1992-2008).
La guerra dei dazi ha questo scopo. La (duplice) presidenza di Trump ha messo alla luce questa contraddizione, che, va da sé, ha un legame diretto con il declino geopolitico degli Stati Uniti, eroso dalla nascita e crescita di altri centri di potenza i cui interessi sono differenti e in alcuni casi ostili a quelli dei gruppi dominanti occidentali, e, allo stesso tempo, accelerato dalla paralisi da “sovraestensione imperiale” (Paul Kennedy) e dalla disintegrazione dei legami sociali interni.
Il programma del secondo mandato di Trump appare dunque chiaro. Una volta vinte le elezioni da campione della classe media statunitense, l’obiettivo era ridefinire il sistema di relazioni con i gruppi dominanti occidentali - esito in corso di maturazione, vista la svolta di almeno parte della un tempo liberal Silicon Valley, l’emergenza dei “tecnovassalli” e lo shock imposto al senescente capitalismo europeo; allo stesso tempo, occorreva ristrutturare il quadro degli equilibri mondiali su basi più favorevoli al programma di ri-consolidamento nell’emisfero occidentale (una riorganizzazione generale che concerne non solo le Americhe, ma pure le varie province del cosiddetto impero informale americano: Europa, Oceania, Sud Corea, Taiwan, Giappone) in modo da partecipare alla sfida multipolare – rappresentata dalla Cina come main competitor e dagli altri avversari, ma anche dall’opacità strategica di alleati (Turchia, Stati del Golfo), di Stati associati (India tra tutti) e di altre potenze ancora lì da venire – in una posizione di vantaggio.
Di questa ricostruzione (anche economica), in ultimo, beneficerebbe la classe media e povera statunitense, il grande bacino del MAGA. In questa cornice di senso vanno intesi gli sforzi diplomatici tesi a chiudere il conflitto russo-ucraino: dal punto di vista di Trump, si tratta di fatto di capitalizzare il successo strategico targato Biden, ovvero, per così dire, “fissare” la separazione tra Europa occidentale e Russia - il gentil dono che Putin ha corrisposto a Washington con la sua sciagurata invasione - prima che un eventuale crollo militare ucraino (ad oggi improbabile, ma che non si può escludere in assoluto) sparigli di nuovo le carte.
Ma difesa del primato americano e sfida multipolare non sono affatto facili da conciliare, tanto più che rinunciare al primo, e scalare di marcia dal protagonismo assoluto alla dimensione corale, per gli Stati Uniti, che dipendono in modo strutturale dalla presenza di un warfare state (Fred J. Cook) che oggi è coadiuvato pure dall’ascesa dei giganti tech, implicherebbe un regresso di potenza che potrebbe avere effetti catastrofici sull’ordinamento politico americano, già frammentato e conflittuale ben oltre la soglia di salute. La tenuta del Sistema-Paese statunitense e il predominio geopolitico degli Stati Uniti sono quindi strettamente legati, per quanto all’interno di un’infelice simbiosi. Si potrebbe quasi dire simul stabunt, simul cadent.
Ora, a seguito degli sviluppi dell’ultimo anno, bisogna ormai riconoscere che l’azione di Trump non è risultata affatto isolazionista, come auspicava la gran parte dei suoi elettori. Non v’è stato alcun abbandono, da parte di Trump, della tradizionale capacità di proiezione di Washington. Questo, in fin dei conti, è puro realismo: in un mondo interconnesso non vi sono teatri di conflitto che non interessino in qualche modo gli Stati Uniti, la sola grande potenza realmente globale; anzi, per i motivi di cui sopra essi devono interessarsene se vogliono puntellare i pilastri dell’impero e ricostituirne la forza. Si tratta ovviamente di un problema che eccede la presidenza personalistica di Trump, il quale ambisce a ripristinare l’egemonia statunitense sul mondo secondo logiche di base per nulla diverse da quelle della concezione neocon. La differenza principale è che egli è in accordo con i neoconservatori antiglobalisti, e non con quelli della prima ondata (provenienti, come è noto, da un retroterra liberale, progressista, perfino trotskista). A distanza di diversi anni, questo spiegherebbe come mai nel primo mandato Trump avesse puntato su falchi neocon come Mike Pompeo, John Bolton, Robert O’Brien (il successore di Bolton) o Tom Cotton – ed è presto detto: perché erano tutti neoconservatori fortemente critici dell’internazionalismo liberale. Proprio come lo è Marco Rubio attualmente.
A questo proposito, sono davvero significative queste parole pronunciate da Pompeo nel 2019 nel suo discorso “A Foreign Policy from the Founding”:
Nel 1821 John Quincy Adams scrisse che l’America «non va all’estero in cerca di mostri da distruggere». Al contrario, «è sostenitrice della libertà e dell’indipendenza di tutti». E, in quanto prima nazione di questo tipo, sarebbe stata un modello di autogoverno e libertà. Mettiamo ora a confronto queste idee con la politica estera della fine del XX e dell’inizio del XXI secolo. I leader americani si erano allontanati dal realismo. Dopo la Guerra fredda, si sperava che integrare paesi come Cina e Russia in un ordine internazionale basato sulle regole avrebbe favorito la loro evoluzione democratica. Oggi, a trent’anni dalla fine della Guerra fredda, vediamo che il regime di Putin elimina i dissidenti e invade i paesi vicini; che il Partito Comunista Cinese ha internato oltre un milione di musulmani in campi di lavoro e utilizza coercizione e corruzione come strumenti di governo. Entrambi perseguono politiche estere volte a erodere la potenza americana. Possiamo comprendere l’ottimismo dei nostri leader, ma non il loro errore di valutazione. Anche gli Stati Uniti avevano perso la moderazione. Le istituzioni create per contrastare la minaccia sovietica si erano allontanate dalla loro missione originaria, talvolta arrivando a contraddire gli interessi americani. Abbiamo aderito a accordi commerciali che hanno indebolito la nostra classe media, sacrificato competitività per ottenere approvazione internazionale e intrapreso conflitti senza obiettivi chiari. Ora non più. Infine, avevamo perso il senso del rispetto — non verso gli altri paesi, ma verso il nostro popolo e i nostri ideali. Ci siamo avvicinati a Cuba, concluso un accordo problematico con l’Iran e spesso privilegiato il consenso internazionale rispetto ai principi fondamentali. Sono convinto che i Padri Fondatori sarebbero rimasti perplessi da queste scelte. Avevamo troppa fiducia nel sistema internazionale e troppo poca nella nostra nazione, oltre a un’insufficiente determinazione nel confrontarci con regimi ostili ai nostri valori. Ma vi porto buone notizie. Nel 2016, avete mandato alla Casa Bianca un uomo che ha detto: «Basta». La sua dottrina è semplice: “America First”. Non significa isolamento o ostilità, ma promuovere gli interessi nazionali a beneficio del popolo americano e dei paesi che condividono valori e obiettivi strategici. Il presidente non intende imporre il modello americano con la forza, ma crede nell’eccezionalismo americano e nel diritto degli Stati Uniti di perseguire politiche coerenti con i propri interessi e ideali.
Al netto della polemica di stampo reazionario contro il “liberalismo”, i governi Trump hanno sempre attinto alle idee del movimento neoconservatore per definire la propria politica estera, proprio perché hanno sempre considerato l’esercizio unilaterale della forza uno strumento cardine della propria condotta. Un approccio certo facilitato dallo stesso Trump, il quale, del resto, per cultura politica ha sempre appoggiato la politica di Israele contro l’Iran e l’assertività all’interno del “giardino di casa” (Venezuela e Cuba). Il neoconservatorismo è stato ampiamente screditato negli ultimi due decenni, a causa dei fallimenti in Iraq e in Afghanistan. Ora sembra che Trump si sia convinto di trasformare l’operazione contro l’Iran — che ha trascinato gli Stati Uniti in un conflitto che, nel tipico stile neoconservatore, si è rivelato controproducente, compromettendo gli obiettivi americani nella regione - elemento centrale della sua campagna per le elezioni midterm del 2026.
Tuttavia, nel tempo, la necessità di mediare tra gli obblighi globali a difesa del primato e la priorità di un riposizionamento strategico (che non si trasformi in una ritirata forzata) si è trasformata in un intrico di contraddizioni, reso ancor più ingarbugliato dall’assenza di una strategia chiara e definita. Ciò ha portato gli Stati Uniti a rischiare una complicatissima impresa, ovvero l’eliminazione della Repubblica Islamica in quanto avversario geopolitico, in una zona chiave come il Vicino Oriente in cui l’America aveva già perso l’iniziativa una decade fa a seguito del fallimento delle Primavere Arabe, e in cui, dovesse aver fatto il proverbiale passo più lungo della gamba, rischia (in realtà è già successo) di confermare la propria inaffidabilità politica, che in preda a una ciclotimica miopia sembra procedere a rimorchio della volontà di pre-potenza israeliana.
L’auspicio è che, nell’“avventura iraniana”, gli Stati Uniti vadano incontro a un grave scacco strategico, che dimostri agli occhi di tutto il mondo (e dei Paesi europei in particolare) quanto ormai incorreggibile sia la postura ondivaga di Washington, la quale, nel tentativo di sottrarsi al declino, deve penetrare sempre più all’interno del labirintico nuovo mondo multipolare – e delle sue inedite condizioni.
Quel che davvero conta, allora, non è se la presente e le future amministrazioni americane vogliano perseguire una rinnovata spinta unipolare sino al punto di spingere il mondo in un regolamento dei conti finale (è l’ipotesi che va per la maggiore tra gli apocalittici “antiamericani” d’Italia, ma essa è confutata dalla natura disordinata e composita dell’attuale competizione dell’egemonia, che non è un match USA vs Rest of the World), ma come i vertici statunitensi intendano affrontare la questione del multipolarismo. Una questione che, fino alla comparsa di Trump, gli Stati Uniti non hanno realmente posto a sé medesimi, ma che oggi con Trump affrontano da sonnambuli. Lo fanno recuperando concezioni retrive come quelle neoconservatrici, le quali hanno già dimostrato un grado elevatissimo di fallibilità, attraverso un impiego muscolare cieco, calpestando la dignità degli attori geopolitici cui non attribuiscono una pericolosità inavvicinabile (ad oggi solo Russia e Cina sembrano godere di questo “rispetto”).
Inutile aggiungere che di fronte a queste tendenze la tentazione di rispondere alla barbarie americana con la barbarie si farà sempre più forte. Contrariamente a certe ingenue speranze, si procede dunque verso il disordine multipolare.



