L'assente ingombrante
Come la querelle fra Emiliano Brancaccio ed Andrea Zhok ci dimostra che, nella cosiddetta "area del dissenso", il convitato di pietra è l'incapacità di pensiero politico-strategico
Nei giorni scorsi abbiamo assistito, con perplessità ed imbarazzo, alla querelle da remoto tra due pesi massimi della variegata area “critica” italiana, nelle persone degli accademici Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Della disputa in sé c’è poco da rilevare, al di là dell’evidente incapacità dei suddetti di attenersi all’etichetta dei social senza scadere nella commedia di carattere.
Più interessante è il non-detto, il testo celato che la pseudo-disputa sottende, e che concerne il deficit d'analisi che, per motivi invero diversi - e forse perfino opposti - i due “professori” hanno manifestato nelle rispettive riflessioni di lungo corso: Brancaccio a partire da una posizione di sinistra comunista, Zhok come esponente del cosiddetto sovranismo di sinistra. Chiariamo subito che entrambi hanno dato un contributo di livello al dibattito sulle grandi questioni politiche del nostro tempo, ciò sia detto a loro merito. Nelle loro opere possono aver sostenuto tesi criticabili, ma bisogna, per l'appunto, criticarle con serietà. Per quanto riguarda Brancaccio, ad esempio, varrà la pena considerare la sua ultima fatica, Libercomunismo, dove egli sostiene che, al fine di sottrarsi all'orizzonte dell' “oltre-fascismo” (sic!), bisogna
[…] raccogliere e trarre spregiudicata sintesi […] dai liberali, l’obiettivo moncato della libertà individuale. Dagli stalinisti, l’ambizione traviata del piano collettivo.
Per quanto concerne Zhok sarà forse più produttivo concentrarsi sulla sua definizione di “sovranismo” (nonostante l'autore, in quanto docente di filosofia morale, abbia scritto cose più interessanti sulla critica del liberalismo), come esplicitata ad esempio in un'intervista del 2024:
Il sovranismo, sin dalle origini del termine in Irlanda e Quebec, è indipendentismo, rivendicazione di sovranità, autodeterminazione, che è presupposto e precondizione per l’esercizio della democrazia. Nessun paese può essere democratico senza essere sovrano.
L'accademico triestino, che già in epoca COVID aveva confuso la gestione sanitaria del virus con la gestione e la strumentalizzazione politica dell'emergenza pandemica, reitera un analogo fraintendimento tra la teoria positiva della sovranità e le modalità politiche reali in cui una data sovranità può esercitarsi.
Perché soffermarsi sulle posizioni dei Nostri? Certo per il loro peso di intellettuali di riferimento nelle rispettive aree, ma soprattutto perché le lacune nelle analisi di Brancaccio e Zhok sono convergenti nell’evidenziare il vero assente nella riflessione di tutta quell’area politica – cui in senso lato apparterrebbe, è d’uopo precisarlo, pure chi scrive – che a parole si dichiara ostile all’atlantismo, al neoliberalismo e alla mercificazione capitalistica: l’analisi politica, la riflessione matura sul Politico.
Che cosa siano la destra nazional-populista e la sinistra neoliberale è noto (in realtà non è noto come si dovrebbe, e il tema meriterebbe un altro articolo); ma che cosa esiste oltre a questa creatura bicefala, che è dominante? Ho parlato di area politica, ma in realtà v'è solo il caos più disorganizzato: un coacervo di sigle e gruppi di cui fanno parte neofascisti, anarchici, anarco-liberisti, marxisti rivoluzionari, socialisti e via dicendo, e a loro volta questi gruppi si dividono in diversi sottogruppi in feroce lotta tra di loro.
In quest'ultima “si distinguono” soprattutto i marxisti o sedicenti tali, un sottobosco in gran parte infestato da ideologismi materialisti dall'economicismo più vetusto, come se le dure repliche del Novecento non avessero mai avuto luogo. Vediamo, nel merito, come alcune riflessioni recenti di Brancaccio lo facciano rientrare in questa triste parrocchia.
Miseria dell’economicismo
Il 17 febbraio 2023 sul Financial Times comparve un appello per la pace promosso da Brancaccio e da altri economisti. In questo appello i due autori sostenevano che
[…] bisogna riconoscere che le contraddizioni di un sistema economico globale deregolamentato hanno reso le tensioni geopolitiche più acute [in quanto] USA, Regno Unito e altri Paesi occidentali hanno accumulato ingenti debiti verso l’estero, mentre la Cina e altri Paesi orientali, e in una certa misura anche la Russia, sono in una posizione di credito verso l’estero […]
portando così sia gli Stati Uniti che i loro alleati, UE inclusa, ad adottare una politica di
[…] chiusura protezionista nei confronti delle merci e dei capitali provenienti da Cina, Russia e gran parte dell’Oriente non allineato.
Queste svolta protezioniste di ispirazione statunitense
[…] inaspriscono le tensioni internazionali e creano condizioni favorevoli a nuovi scontri militari […] il conflitto in Ucraina e le crescenti tensioni in Estremo e Medio Oriente possono essere pienamente compresi solo alla luce di queste gravi contraddizioni economiche.
Secondo Brancaccio, se si desidera evitare che la conflittualità economica tra il nuovo Occidente protezionista e l’Oriente liberoscambista sfoci nella guerra aperta, sarebbe necessario
[…] un piano per regolare gli squilibri delle partite correnti, che si ispiri al progetto di Keynes di una international clearing union. Lo sviluppo di questo meccanismo dovrebbe partire da una duplice rinuncia: gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero abbandonare il protezionismo unilaterale del friend shoring, mentre la Cina e gli altri creditori dovrebbero abbandonare il loro perseguimento di un libero scambio illimitato.
In Libercomunismo, Brancaccio ritorna su questo punto, espandendolo ulteriormente. Vediamo per esteso:
Per lungo tempo si è ritenuto che gli Stati Uniti fossero esentati dal vincolo dei conti esteri. L’idea era che la semplice stampa di dollari potesse sempre garantire la copertura del debito verso il mondo. Un credo propugnato dagli apologeti di quella dottrina un po’ confusa che va sotto il nome di “modern monetary theory”, e persino da Alan Greenspan. Ma la realtà, come spesso accade, si sta rivelando più complicata. La copertura del passivo statunitense a colpi di emissioni di biglietti verdi è divenuta molto incerta. Lo stesso protezionismo americano, a ben vedere, genera un effetto avverso: pregiudica il diritto dei detentori esteri di dollari di usarli a piacimento per comprare capitali occidentali, e così diffonde dubbi ulteriori sul valore della moneta e sulla possibilità, con essa, di coprire il debito. […] a causa delle barriere commerciali e finanziarie elevate dagli Stati Uniti, [nonchè Cina, Russia, i paesi asiatici e arabi nonché diversi alleati degli USA nda.] non potranno più vendere merci agli americani né potranno usare i dollari accumulati per comprare aziende dagli americani. Un vincolo inaccettabile, una beffa dopo il danno, […] Ecco allora che possiamo afferrare il senso di discorsi pubblici altrimenti incomprensibili. Come quando, all’indomani dell’aggressione russa all’Ucraina, forte dell’alleanza con la Cina, Vladimir Putin dichiarò: “È l’inizio di uno smantellamento radicale dell’ordine mondiale in stile statunitense, è l’inizio di un passaggio a un mondo veramente multipolare”. Multipolarismo che invoca, in prima istanza, una svolta nella regolazione dei rapporti capitalistici: non soltanto la cancellazione delle sanzioni economiche e finanziarie contro Mosca ma anche e soprattutto la rimozione delle barriere protezioniste americane contro l’afflusso di capitali provenienti dalla Russia. […] Si apre così dinanzi a noi uno squarcio di cielo terso sul conflitto decisivo dell’epoca. È lo scontro tra due opposte visioni generali dell’ordine mondiale: quella dell’America, indebitata e protezionista, e quella della Cina, creditrice e liberista. Due posizioni massimamente antagoniste, che sembrano ammettere un solo esito: chi vince la guerra del futuro detterà le regole dell’ordine futuro. Uno scontro dagli effetti potenzialmente devastanti per l’intera umanità. Ma che almeno, una volta messo in chiaro, sgombra il campo dai fumi degli equivoci. Tutte le piccole narrazioni sulla guerra, tanto care agli opinionisti di grido, vengono finalmente spazzate via. Tutte le questioni tipicamente geopolitiche, di confini, di mappe geografiche, di controversie etniche, diventano secondarie. Non si discute più banalmente dei confini territoriali di povere terre di mezzo. Nel caso dell’Ucraina, per esempio, non si accenna più alla tutela di minoranze russofone da un lato o alla salvaguardia della sovranità ucraina dall’altro. No, il tavolo è liberato da simili corollari, e viene occupato dalla principale posta in gioco. Vale a dire, selezionare il capitalismo più forte, quello destinato a scrivere il nuovo ordine, la legge economica del mondo che verrà.
Ora, vediamo di essere chiari. Per quanto riguarda il dato economico, l'analisi di Brancaccio è nel complesso meritoria; tutti questi aspetti esistono e contribuiscono ad orientare il flusso degli eventi e a promuovere certe politiche in luogo di altre. Altrove, nel libro, Brancaccio scrive:
Il moto anti-democratico si sta verificando in perfetta concomitanza con l’altra fondamentale tendenza che sta segnando l’epoca: la centralizzazione dei capitali in sempre meno mani. Nefasta coincidenza? Scherzo del destino? Non crediamo. La tesi che viene qui proposta è un’altra. Vi è motivo di ritenere che la sovrapposizione delle due tendenze sia non “casuale” ma “causale”. Ossia, la centralizzazione dei capitali può esser considerata una causa del recesso democratico in corso.
Lo si può forse negare?
Tuttavia, l’attuale lotta per l’egemonia non si dà come una competizione soltanto (o in prevalenza) economica, bensì come una sfida con un carattere totalizzante, che presenta una cifra sistemica: si tratta anche e soprattutto di una sfida politico-strategica. Ciò significa che il grande processo che si dovrebbe attuare affinché sia l’America che la Cina rinuncino rispettivamente al protezionismo e al libero scambio, esige decisioni politiche. Non è possibile creare, come auspicava Brancaccio sul FT, delle condizioni economiche a garanzia della pace globale, senza che il Politico orienti l’agenda economica.
Al riguardo si deve anche ricordare che, nonostante si sia rivelata assai più debole di quanto si potesse immaginare prima che la invadesse, le ragioni per cui la Russia ha aggredito l’Ucraina sono prima di tutto (geo)politiche e non economiche. Sempre che non si voglia, in maniera risibile, sostenere che Mosca abbia aggredito Kiev per appropriarsi delle ingenti risorse minerarie del Donbass o per migliorare le prestazioni della propria economia, come pure ho visto fare negli anni.
Le provocazioni militari della Nato sulla Russia avevano una ragione geopolitica e una finalità strategica (ovvero forzare i russi a compiere questo passo falso), non economica. Esse appartengono alla lunga storia dei rapporti complicati tra russi ed Europa orientale, e al recente passato post-sovietico. Guardando sul fronte opposto, non è certo allo scopo di difendersi dalla svolta protezionista dell’anglosfera che Finlandia e Svezia hanno scelto di aderire alla Nato e che India, Giappone, Corea del Sud e Filippine rafforzano oggi i loro rapporti con gli Usa e potenziano il loro comparto militare. Anche in quest’area del mondo, del resto, si devono considerare i trascorsi storici lontani e presenti: le umiliazioni che la Cina ha subito il secolo scorso dalle potenze occidentali, il particolare rapporto della Cina con Giappone, Taiwan e India (con cui Pechino alterna da molti decenni stagioni di tensione a momenti di distensione).
Se vogliamo comprendere le ragioni profonde della svolta protezionista dell’Occidente contro il liberoscambismo dell’Oriente, occorrerà leggerla al lume del realismo geopolitico (la geopolitica del resto non è affatto un sinonimo delle Relazioni Internazionali), e non solo con categorie economiche (e/o ideologiche), poiché è in primis la politica di potenza che spiega l’attuale fase storica, e gli stessi fattori economici (e/o ideologici) sono una componente essenziale della politica di potenza.
Il problema della sovranità e del “sovranismo”
Trovo alquanto divertente che la querelle tra Brancaccio e Zhok sia scoppiata a causa dell’improvvido commento di quest’ultimo a difesa del termine sovranismo, il più popolare degli “ismi” recenti. Se si fosse trattato solo di richiamarsi al concetto di sovranità, il discorso sarebbe presto finito.
Con l’emergere dei grandi potentati tecno-oligarchici, la sovranità degli stati nazionali non è scomparsa nell’orizzonte della globalizzazione, né si è dissolta in una governance universale. Gli Stati moderni mantengono il controllo degli apparati di coercizione, ed è un privilegio che nessuno stato, per quanto piccolo, si lascia sottrarre. In tutto il mondo persiste invece una pluralità di sovranità, segnate da profonde divergenze economiche, culturali e sociali, che producono differenti rapporti di forza e variegate forme di subordinazione. Se v’è una crisi della sovranità, essa riguarda gli Stati nazionali deboli o per diversi motivi inadatti a “surfare” l’oceano tumultuoso del XXI secolo, come quelli europei. Semmai, proprio per questi stati in crisi l’epoca presente è caratterizzata da una sovranità discontinua e squilibrata, nella quale le decisioni politiche intervengono sempre più direttamente nella sfera economica a partire dall’esterno, ossia da consorzi oligarchici in possesso di leve strategiche più potenti (come quelle economiche, appunto).
La domanda popolare di sovranità non è che la ricerca di uno strumento di protezione sociale e democratica da parte di popoli che hanno potuto partecipare alla vita politica della propria solo perché era la sovranità (moderna) a permetterglielo. Il cosiddetto “sovranismo” andava compreso senza ridurlo a un semplice episodio di regressione politica, perché in Europa e negli Stati Uniti esso esprime un tentativo di risposta all’insicurezza generata dai mercati globali, dalle migrazioni e dalle disuguaglianze prodotte dal neoliberismo da parte delle masse europee che, nel contesto di ottundimento e decadimento cognitivo raggiunto dall’Europa dopo il ‘45, faticano a raccogliere tutte queste criticità in un quadro sistemico.
Come chiunque ricorderà, dopo il 1945 la sovranità strategica degli Stati europei risultò limitata dall’equilibrio imposto dalle superpotenze vincitrici, come dimostrò la crisi di Crisi di Suez. Poi, la caduta del Caduta del Muro di Berlino aprì una nuova fase, nella quale gli Stati europei cercarono di coniugare la maggiore autonomia politica e le spinte all’integrazione sovranazionale nella creazione di una vera e propria comunità politica continentale. La costruzione dell’Unione Europea seguì però prevalentemente una logica funzionalistica e burocraticista, in perfetta armonia con la controffensiva neoliberale che negli anni Ottanta montò furiosamente in sella mentre si affievoliva la pulsione rivoluzionaria dei movimenti socialisti, e in questo solco l’introduzione dell’euro rappresentò il punto decisivo della trasformazione. La moneta unica sottrasse agli Stati la sovranità monetaria, imponendo una disciplina di bilancio di carattere austeritario orientata alla stabilità dei debiti pubblici e alla competitività intra-europea.
In un simile modello, influenzato dall’ordoliberalismo tedesco, la Germania è riuscita a rispettare la propria sovranità nazionale ritagliando i vincoli dell’euro a propria immagine, mentre gli altri Stati hanno subito limitazioni più severe, finendo per accentuare gli squilibri economici e le tensioni politiche in tutto il continente, come dimostrarono il trattamento crudele della Grecia e le pressioni esercitate sull’Italia durante la legge finanziaria del 2018. É letteralmente la storia di ieri, ed è riassumibile con grande semplicità.
Appare quindi particolarmente allucinante leggere Brancaccio che, nella sua reprimenda a Zhok, riduce la difesa del principio di sovranità a
[…] un continuo rimestare di temi tipici delle forze politiche più becere e regressive: quelle per cui i lavoratori immigrati sono una minaccia, le femministe sono una iattura, i gay sono una lobby fascista, i sindacati sono sterco, mentre gli imprenditori tricolore sono invece degli eroi, anche se evadono il fisco, violano le norme ambientali, sfruttano i lavoratori a nero e ricevono generose prebende pubbliche mentre il popolo patisce l’austerity.
Invero, pure quando la richiesta di sovranità assume tratti regressivi, reazionari e xenofobi (anche per merito di talune forze politiche che si sono cibate della “reazione” populista per scopi elettorali, come la compagine attualmente al governo), nondimeno essa esprime una protesta oggettiva e reale contro un sistema percepito come incapace di garantire sicurezza economica, equilibrio sociale e rappresentanza democratica, e proprio per questo non è liquidabile come un rigurgito “oltrefascista”- Farsesca è la chiosa di Brancaccio:
L’unica credibile “sovranità” può essere qui intesa in un solo modo, ben noto alla tradizione marxista: come “momento” di lotta di classe internazionalista per la mutagenesi del modo di produzione. Il resto è trita immondizia nera. Chi non capisce questo punto può esser solo due cose: un magnifico ignorante oppure un nemico di classe travestito da interclassista.
Una valutazione imbarazzante che tradisce l'incomprensione, quando non aperta rimozione, dei fenomeni identitari tipica del marxismo e della più retriva cultura illuministica (degnamente di casa presso il neoliberalismo di sinistra), una riduzione del Religioso, della “tradizione” e della complessità dello spirituale a ipertesto che ha già prodotto come risposta incontrollata i Trump, i Putin, i Netanyahu e i Modi.
Tornando al problema concettuale del sovranismo come espresso da Zhok, poiché se n’è fatto un vessillo e un perno girevole, sarà opportuno spendere qualche parola.
Negli anni della stagione populista-sovranista, vi è stata molta ingenuità attorno all’eventualità che l’Italia recuperasse la sovranità politico-economica che aveva prima del 1991, di Maastricht e di Lisbona. Si auspicava che l’Italia, fuori dall’euro, potesse seguire un percorso simile a quello sudcoreano o giapponese. Con un’altra classe dirigente, se a cavallo del secolo si fossero fatte scelte diverse, quello scenario poteva perfino essere auspicabile. Oggi però non è più così, poiché la storia è andata avanti: in assenza di una necessità stringente nessun governo avrebbe mai la forza di persuadere gli italiani ad accettare gli inevitabili sacrifici che deriverebbero dalla gravità di una simile svolta, men che mai quando la resistenza del Paese è stata erosa dal dodicennio austeritario, dall’assorbimento di grandissima parte dell’industria italiana nello spazio economico tedesco e dalla crisi energetica dovuta alle nuove guerre.
Il vincolo esterno (il quale è sia geopolitico che economico) che ha avviluppato l’Italia non è, almeno per il breve-medio periodo, solubile. La partita in cui si gioca il futuro del Paese avviene all’interno dell’UE, ed è lì che andrà combattuta. Sciocco, semmai, è stato porre, come fa Zhok ritualmente nei suoi interventi, la condizione dell’uscita dall’UE e l’abbandono dell’euro come premessa di ogni azione politica su ampia scala. D’altronde dovrebbe essere ormai chiaro, a qualunque osservatore assennato, che la formazione di un polo geopolitico europeo è necessaria in una fase storica in cui contano i Grandi Spazi. Questo grande spazio europeo, peraltro, andrebbe strutturato in una forma confederale, nella quale lo Stato nazionale conservi gran parte delle sue prerogative sovrane e faccia da cerniera tra le comunità locali e la camera di consultazione pan-europea (ma bisognerebbe approfondire, tanto è complesso il tema).
È stato, dunque, un enorme errore del movimento sovranista quello di aver lasciato la retorica sull’Europa ai tecnocrati di Bruxelles, e questo non solo per le ragioni materiali, ma pure perché se si deve lasciarsi alle spalle quell’Anti-Europa che è l’UE, ciò andrà realizzato avanzando un’altra idea di Europa, ossia opponendo un europeismo autentico allo pseudo-europeismo dei burocrati. Una “nuova Europa” capace di affrontare le sfide geopolitiche e culturali del nostro tempo in una prospettiva politica che faccia da valida alternativa, per i popoli europei e per il Sud del mondo, sia alla barbarie occidentale sia agli errori arroganti delle “autocrazie” (qui il pensiero volge primariamente alla Russia, che pure – ed è questo il tragico – alla civiltà europea appartiene, ma il cui governo è sprofondato in un’impresa controproducente e catastrofica sotto il profilo geopolitico, nel più totale disrispetto di quel canone multipolare che pure afferma di incarnare).
Detto in estrema sintesi, bisogna ragionare in termini di civiltà europea e non solo di patria nazionale, al fine di impedire che le élites neoliberali o i nazional-populisti disciolgano l’eterogenea polifonia d’Europa nell’amalgama indistinto dell’Occidente terminale.
A questo proposito, il fallimento del marxismo (che è cosa distinta dall’esperienza del comunismo storico) sembra avere aperto una sorta di falla pericolosa nella cultura politica europea, che favorisce nuove e grossolane concezioni le quali, benché siano difficili da definire – dato che non di rado spiccano per una mescolanza di categorie politiche e culturali differenti tra loro e perfino opposte (qui avrebbe senz’altro dignità operare una critica del mitologico rossobrunismo) – hanno però in comune l’avversione nei confronti dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti.
Facile dunque essere sedotti dal “fascino” delle autocrazie che si contrappongono al “capitalismo” occidentale o ai cosiddetti “valori dell’Occidente”, sebbene, di fatto, condividano una pulsione di potenza non dissimile da quella del loro avversario e non siano neppure costrette a fare i conti con un sistema di contropoteri, quale quello che noi europei abbiamo ereditato – seppure con tutti i suoi difetti – dalla defunta democrazia liberale.
Su questo punto, è doveroso riportare alla mente che già nella prima metà del Novecento vi erano ottime ragioni per contestare e opporsi all’imperialismo occidentale e alle storture del capitalismo liberale. Tuttavia, riconoscere la necessità di questa critica non equivaleva certo a schierarsi per automatismo con le potenze dell’Asse o ad appoggiare a scatola chiusa la politica dell’URSS. Anche oggi è necessario opporsi alla crudeltà del capitalismo e all’Occidente neoliberale, eppure mai come ai nostri giorni, la competizione per l’egemonia rischia di degenerare nella barbarie generalizzata, che solo una politica “neo-socialista” capace di difendere libertà individuale e giustizia sociale e che non ignori il diritto dei popoli può impedire.
Ora, per il momento, l’Occidente neoliberale presenta ancora il vantaggio di non usare sistematicamente come metodo di regno l’uso del “bastone”, e quindi permette ancora forme più o meno residuali di libertà individuali e di pluralismo che non vengono tollerate nelle autocrazie illiberali. Tuttavia, in entrambi i “mondi” si assiste al diffondersi di un conformismo di massa (a cui in Occidente pare che non si sappia contrapporre che i patetici “esercizi di nostalgia” delle tribù marxiste, oppure forme demenziali e infantili di complottismo), della mercificazione di ogni relazione personale e di ogni forma di lavoro (incluso quello intellettuale) e dell’esclusione da ogni forma di partecipazione attiva al governo della società.
La storia del Novecento sembra essere trascorsa invano, tanto che è diventato senso comune lanciarsi in strali contro la democrazia senza distinguere tra democrazia, tecnocrazia e autoritarismo, quasi che “forma” delle istituzioni e “contenuto” politico siano sempre corrispondenti; quasi che i principi di libertà politica e stato di diritto non si dovessero difendere e rafforzare ma ignorare del tutto (magari perché sono ritenuti delle conquiste liberali!), e come se i crimini di Stalin e il fallimento dell’Unione Sovietica e in generale dei regimi comunisti non fossero mai avvenuti, e che, in una grottesca inversione del dogma liberal-atlantista, se qualcuno ha commesso un crimine è sempre l’Occidente, e mai “gli altri”.
In effetti, il crollo dell’URSS e la dissoluzione del socialismo europeo alla fine del secolo scorso hanno inferto un colpo decisivo alla capacità di immaginazione politica, dato che da allora non si è più saputo ridefinire un impianto teorico che comprendesse le sfide del nuovo secolo e si è preferito continuare a leggere la realtà con categorie obsolete. Forse, non ci si è nemmeno interrogati sul perché il marxismo e il pensiero socialista fossero entrati in crisi.
Il marxismo proponeva una lettura teorica del conflitto tra capitale e lavoro fondata soprattutto su un’impostazione economicistica. In estrema, quasi offensiva sintesi, secondo la prospettiva marxista i rapporti di produzione avrebbero finito per ostacolare lo sviluppo delle forze produttive, mentre la borghesia si sarebbe progressivamente ridotta a una classe improduttiva e parassitaria. A quel punto, le componenti tecniche e intellettuali della produzione – le cosiddette “potenze mentali”, come gli ingegneri ecc. – insieme agli altri lavoratori, soprattutto nelle società più avanzate come la Gran Bretagna, avrebbero inevitabilmente rovesciato e rimpiazzato la classe capitalistica.
Il cammino della storia, però, ha seguito un percorso differente: le potenze mentali della “nuova” produzione (segnatamente, i manager) si sono in larga misura integrate nel sistema capitalistico, consolidando l’alleanza con i proprietari del capitale, e si è assistito alla nascita e all’espansione di un ceto medio, incistato tra padroni e proletari. Anche alcuni aspetti centrali della teoria economica marxiana, come il problema della trasformazione dei valori in prezzi, sono stati oggetto di ampie discussioni e critiche. Infine, vi è poi la principale lacuna del pensiero marxista, quella antropologica.
L’uomo che non c’è: marxismo e antropologia politica
La concezione marxista dell’antropologia politica ha rivelato il profondo e ingenuo dogmatismo del comunismo novecentesco, dato che il problema della natura umana non può essere affrontato riducendolo all’economia, non perché quest’ultima sia secondaria, ma proprio perché essa riveste un ruolo fondamentale. Marx stesso ha mostrato come la merce sia attraversata da una contraddizione interna, essendo contemporaneamente valore d’uso e valore di scambio, contraddizione che esiste perché il lavoro – e quindi il lavoratore – è insieme merce e non merce. Non è merce quando si riconosce nel lavoratore la persona: per questo motivo non si può pensare a un processo di emancipazione sottratto all’alienazione senza interrogarsi prima sull’uomo, un essere che vive sempre in relazione con altri esseri umani e che, proprio per questo, è un animale politico.
Il Politico assume allora un significato essenziale, dato che la funzione politica non si esaurisce nell’esercizio del potere, ma è primariamente ciò che organizza e dà forma al modo in cui alcuni gruppi umani abitano il mondo insieme agli altri uomini. Allora, ne deriva che anche l’economia dipende dal Politico, poiché serve a soddisfare bisogni sociali complessi che non possono essere ridotti esclusivamente a quelli prodotti dal sistema tecnico-produttivo. L’essere umano è sempre un soggetto plurale e multidimensionale, e da questo nasce inevitabilmente il conflitto, che non deriva soltanto dalla struttura economica della società, ma affonda le proprie radici nella stessa costituzione antropologica dell’uomo. Il compito del Politico è allora quello di dare forma a tale conflitto, di renderlo ordinabile all’interno di una società “conviviale”, processo che si governa anche grazie allo strumento economico.
Su questo piano il comunismo ha palesato il limite maggiore, nell’illusione di poter creare, o addirittura di avere già creato, l’ “uomo nuovo”. Non perché la natura umana sia fissata ab aeterno e immutabile, ma al contrario perché essa è una realtà storica intermedia, plastica e mutevole, capace di assumere molteplici forme, anche in simultanea, continuamente segnata dal proprio passato e in interazione continua con le forme politiche e sociali che la circondano. È qui allora che entrano in gioco i linguaggi “spirituali” e le “tradizioni”, differenziate e plurimillenarie, con cui le comunità umane descrivono sé stesse e il mondo. Come già accennato, l’ignoranza marxista circa questi aspetti della natura umana ha partorito quell’ottuso scientismo che anziché ostacolare favorisce proprio le peggiori forme di irrazionalismo e di anti-intellettualismo, come abbiamo visto al tempo della pandemia.
Detto questo, è giusto però riconoscere che una parte dell’analisi marxista conserva ancora oggi un’importanza essenziale; abbiamo bisogno di ritornare alla riflessione marxiana sul carattere della merce e sulla comprensione dell’alienazione capitalistica. Stesso discorso vale per l’economia politica, e non si deve mancare di sottolineare come anche i contributi di Brancaccio e di altri siano più che meramente utili (lo stesso si può dire, ad esempio, dello studioso Alessandro Volpi, che he pubblicato libri di enorme interesse per l’attualità, anche se Brancaccio è più solido sotto il profilo teorico): è urgente ed imprescindibile avere una mappatura completa del funzionamento della megamacchina capitalistica, nonostante Brancaccio pecchi – come si è cercato di dimostrare – di economicismo e abbia una visione davvero semplicistica del Politico.
In aggiunta, esiste ormai da un ventennio l’esigenza di una focalizzazione critica del rapporto tra neoliberalismo e capitalismo, poiché negli ultimi anni ci si è in effetti troppo concentrati sui problemi filosofico-culturali, perdendo di vista lo studio quelli economici, al punto che non soltanto si è smarrita la definizione di cosa sia il capitalismo, spessissimo confuso con il commercio tout court, ma ci si è pure persuasi che esso proceda con il pilota automatico. Insomma, il Politico è stato estromesso dall’analisi della società capitalistica1. Ma ciò implica condividere proprio la concezione neoliberale per cui la conflittualità politica riguarderebbe ormai solo la questione dei rapporti tra individui, dal momento che il capitalismo funzionerebbe in base a regole immanenti e ridondanti che non possono più essere messe in discussione.
Cruciale quindi è un’analisi critica dell’Economico, che insegni a mettere in discussione i fondamenti teorici dell’economia marginalista, dal momento che marginalismo e neoliberalismo rappresentano due espressioni dello stesso paradigma. Anche su questo il marxismo ha ancora molto da offrire. L’impianto teorico elaborato dagli economisti classici – da Smith a Ricardo, fino a Marx – continua a essere indispensabile, non soltanto per comprendere le economie precapitalistiche, attraverso concetti come surplus e sussistenza, ma anche per interpretare il funzionamento del capitalismo odierno. Ci sarebbe la tradizione economica definita “eterodossa”, rappresentata da Sraffa e dai suoi principali allievi – tra cui spicca Garegnani, suo più autorevole continuatore – la quale offre, pur nelle differenze tra i vari autori, gli strumenti per ripensare il rapporto tra dimensione economica e dimensione politica secondo una prospettiva radicalmente alternativa rispetto a quella dominante. Bisognerebbe poi pure distinguere tra modo di produzione capitalistico (le modalità della mercificazione) e società capitalistica (banalmente cosa vuol dire vivere la realtà della “società del Capitale”, quindi di nuovo il tema della questione antropologica). Il lavoro di recupero e ricostruzione di una teoria politica all’altezza dei tempi dunque non manca, anche se la zombificazione del marxismo sembra averla resa un’impresa impossibile.
L’errore che si deve assolutamente evitare è di interpretare il rapporto tra l’Economico e il Politico in una prospettiva economicistica; occorre invece leggere i dati economici in chiave strategica, tenendo conto delle condizioni specifiche della lotta globale per l’egemonia, e da questo punto di vista, ogni critica a venire del capitalismo rimarrà difficile se ci si priva o si disconosce per una manifesta aberrazione ideologica – come Brancaccio tende a fare – dello strumento dell’analisi geopolitica.
Il conflitto geopolitico cui assistiamo oggi, infatti, sta ormai prendendo la forma di uno scontro tra le oligarchie neoliberali/nazional-populiste e tecnocratiche d’Occidente e le autocrazie, o comunque le formazioni politiche illiberali e tecnocratiche, non-occidentali, che di fatto riduce sempre più gli spazi per un trasformazione politica e sociale in senso “socialista”, “comunitario” e “democratico” (mi sento obbligato alle virgolette, dato che per capirsi veramente servirebbe prima una comprensione condivisa di cosa si intenda per socialismo, comunità e democrazia) dell’Italia e dell’Europa che sappia conciliare libertà della persona e giustizia sociale. Con tutto il rispetto per il Brancaccio studioso, ci vorrà un po’ di più che farsi insegnare “la libertà individuale dai liberali. Dagli stalinisti, l’ambizione traviata del piano collettivo”.
Alla domanda su cosa sia il capitalismo converrà avviare un principio di risposta a partire da un grande classico. Mi affido allora alla superba riflessione di Braudel, per cui il capitalismo è strutturato su tre piani: “[…] il piano terreno della non-economia, una sorta di humus in cui il mercato affonda le radici, ma senza afferrarla nella sua massa. Questo piano terreno rimane enorme. Al di sopra, la zona per eccellenza dell’economia di mercato moltiplica i suoi collegamenti orizzontalmente fra i diversi mercati: un certo automatismo vi collega solitamente offerta, domanda e prezzi. Finalmente, accanto o meglio al di sopra di questa falda, la zona del contromercato è il regno dell’arrangiarsi e del diritto del più forte. Qui si colloca per eccellenza il campo del capitalismo; ieri come oggi, prima come dopo la rivoluzione industriale” (F. Braudel, Civiltà, materiale, econonomia e capitalismo, vol. II, I giochi dello scambio, Torino, 1981, p. 217). Il livello di quello che Braudel, con buonissima intuizione, chiama contromercato è il piano della lotta per l’egemonia e del Politico.




