Il Corano è veramente "Arabo"?
O meglio: la sua "arabicità" è un fattore incidentale o rappresenta un vincolo identitario (e trascendente) importante?
Recita nel nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l’uomo da un grumo di sangue. Recita. Il tuo Signore è il Generosissimo, ha insegnato l’uso del calamo, ha insegnato all’uomo quel che non sapeva. (96:1-5, trad. Zilio-Grandi)
اقْرَأْ بِاسْمِ رَبِّكَ الَّذِي خَلَقَ / خَلَقَ الْإِنْسَانَ مِنْ عَلَقٍ / اقْرَأْ وَرَبُّكَ الْأَكْرَمُ / الَّذِي عَلَّمَ بِالْقَلَمِ / عَلَّمَ الْإِنْسَانَ مَا لَمْ يَعْلَمْ
Nella tradizione islamica, questo è il rendiconto della prima rivelazione che Dio ha donato a Muhammad1. È l’incipit della sura al-’Alaq2, “il grumo [di sangue]”, la novantaseiesima sura del Corano, ma i cui ayaat (versetti) rappresentano l’inizio a livello cronologico della Rivelazione Coranica.
La peculiarità della Rivelazione Coranica è la sua totale “arbitrarietà”: a differenza della tradizione cristiana, dove Dio dà “ispirazione” (وحي, wahy) ai Profeti, nell’Islam la Rivelazione è tanzil (تنزيل), ossia “discende” direttamente da Dio. Muhammad non è altro che colui che “trasmette” il messaggio.
L’inviato di Dio non ha altro obbligo che trasmettere il messaggio (…) (5:99, trad. Zilio-Grandi)
مَّا عَلَى ٱلرَّسُولِ إِلَّا ٱلْبَلَـٰغُ
Viene perciò spontaneo chiedersi, e non soltanto agli scettici, le modalità di “fruizione” del messaggio di Dio: se esso non è ispirato, e quindi rielaborato dal fruitore, ma, sostanzialmente, “già confezionato” (mi perdonino i credenti per la scelta di parole inopportuna), qual è, di conseguenza, la modalità di “codificazione” del messaggio al fine della chiara trasmissione? O, più semplicemente: in che codice comunicativo, e quindi lingua, è discesa la Rivelazione Coranica?
La questione è stata solo relativamente dibattuta. Questo anche perché la tradizione islamica insiste su un punto molto chiaro: la sostanziale “arabicità” del messaggio divino. La Rivelazione Coranica, semplicemente, è avvenuta in arabo: Dio ha parlato direttamente in arabo. Questo perché, sostanzialmente, l’arabo era la lingua parlata nello Hijaz (la penisola arabica) all’epoca3.
Le accuse a Muhammad di avere rielaborato il messaggio divino nella propria lingua sono riportate e smentite direttamente nel Corano stesso:
Di’: «Lo ha rivelato lo spirito di santità da parte del tuo Signore in tutta verità, per confermare i credenti nella loro fede, come guida e lieto annuncio per chi è sottomesso a Dio» / Noi sappiamo bene quel che dicono: «Un uomo lo istruisce». Ma la lingua dell’uomo a cui pensano è straniera, mentre questa è lingua araba chiara. (16:102-103, trad. Zilio-Grandi)
قُلْ نَزَّلَهُۥ رُوحُ ٱلْقُدُسِ مِن رَّبِّكَ بِٱلْحَقِّ لِيُثَبِّتَ ٱلَّذِينَ ءَامَنُوا۟ وَهُدًۭى وَبُشْرَىٰ لِلْمُسْلِمِين
وَلَقَدْ نَعْلَمُ أَنَّهُمْ يَقُولُونَ إِنَّمَا يُعَلِّمُهُۥ بَشَرٌۭ ۗ لِّسَانُ ٱلَّذِى يُلْحِدُونَ إِلَيْهِ أَعْجَمِىٌّۭ وَهَـٰذَا لِسَانٌ عَرَبِىٌّۭ مُّبِينٌ
I versetti sopra riportati si riferiscono a loro volta alla sura al-Furqan, ayat 4, dove si accusa Muhammad di avere contraffatto la Rivelazione con l’aiuto di qualcuno. La risposta a queste accuse è chiara: “la lingua dell’uomo a cui pensano è straniera”, con “straniera” (a’jami) traducibile anche con “confusa” o “barbara”, mentre la lingua con cui è stato riportato il messaggio è “lingua araba chiara”.
Si insiste molto non solo sulla chiarezza (araba) del messaggio, ma anche sul suo vincolo predilettivo. Il messaggio è in arabo poichè è per gli arabi, secondo la tradizione. Troviamo una spiegazione di ciò proprio nel Testo Sacro:
Se ne avessimo fatto un Corano in lingua straniera, avrebbero detto: «Perché i suoi segni non sono chiari e precisi? Perché è in lingua straniera mentre Muhammad è arabo?». Di’: «Per i credenti è guida e guarigione, e quanto ai miscredenti, hanno un peso nelle orecchie e per loro è cecità, è come chiamarli da un luogo lontano». (41:44, trad. Zilio-Grandi)
وَلَوْ جَعَلْنَـٰهُ قُرْءَانًا أَعْجَمِيًّۭا لَّقَالُوا۟ لَوْلَا فُصِّلَتْ ءَايَـٰتُهُۥٓ ۖ ءَا۬عْجَمِىٌّۭ وَعَرَبِىٌّۭ ۗ قُلْ هُوَ لِلَّذِينَ ءَامَنُوا۟ هُدًۭى وَشِفَآءٌۭ ۖ وَٱلَّذِينَ لَا يُؤْمِنُونَ فِىٓ ءَاذَانِهِمْ وَقْرٌۭ وَهُوَ عَلَيْهِمْ عَمًى ۚ أُو۟لَـٰٓئِكَ يُنَادَوْنَ مِن مَّكَانٍۭ بَعِيدٍۢ
La tradizione islamica insiste molto su questa alternativa ipotetica per sottolineare la predilezione di Dio verso gli arabi. D’altronde, il messaggio è “sceso” in arabo, un arabo chiaro per tutti a differenza della varietà di dialetti presenti nella Penisola, un arabo che non avrebbe potuto essere creato ex-novo da mente umana, per quanto eccelsa come quella del Profeta.
In sostanza, l’arabo rappresenta un vincolo linguistico di matrice etnica (poiché per gli arabi) e identitaria (poiché ne cementifica l’identità fino a quel momento frammentata in appartenenze tribali), tuttavia di natura inequivocabilmente “trascendente”: Dio ha scelto il popolo arabo e la lingua del popolo arabo è la lingua del messaggio divino. Niente con cui scherzare, insomma.
Vi è un “però”, tuttavia.
In alcuni passaggi, il Corano si identifica come “qur’anan ‘arabiyyan", tradotto come “Corano arabo” o “recitazione araba”4. Ciò non fa altro che rafforzare l’idea di una presupposta “identità araba” del Testo Sacro.
A. L. R. Questi sono i segni del libro chiaro che noi abbiamo fatto discendere in una recitazione araba perché possiate comprendere. (12:1-2, trad. Zilio-Grandi)
الٓر ۚ تِلْكَ ءَايَـٰتُ ٱلْكِتَـٰبِ ٱلْمُبِينِ
إِنَّآ أَنزَلْنَـٰهُ قُرْءَٰنًا عَرَبِيًّۭا لَّعَلَّكُمْ تَعْقِلُونَ
Tuttavia, Fred M. Donner, tra i più insigni storici dell’Islam, appartenente a quella corrente “revisionista” che ha rivoluzionato gli studi sulle origini dell’Islam, la genesi del testo coranico e la prima comunità islamica5, fa una importante annotazione, in un interessante articolo6, riguardo il significato della parola “‘arabiyyan" (عربيا):
(…) But it is not clear that “an Arabic recitation” is the correct translation of the phrase qur’ānan ‘arabiyyan. The root ʿ-r-b from which the word ʿarabī is derived carries the meaning “to be or make [linguistically] intelligible”, as seen in the related verb aʿraba, “to express clearly”. We might, then, render the phrase qur’ānan ʿarabiyyan not as “an Arabic Quran”, but rather as “a clear Quran” or, more colloquially, “a recitation in plain speech”.
Il giudizio di Donner è rafforzato se noi riprendiamo la già citata sura al-Nahl (16), ayat 103 (“Noi sappiamo bene quel che dicono: «Un uomo lo istruisce». Ma la lingua dell’uomo a cui pensano è straniera, mentre questa è lingua araba chiara”), dove a lisan arabiyyun (لسان عربي) si contrappone l’aggettivo a’jami (أَعجمي), che vuole dire, come abbiamo già visto, anche “confuso”, oltre che “straniero”. La traduzione, di conseguenza, potrebbe essere così: “(…) Ma la lingua dell’uomo a cui pensano è contorta, mentre questo è un linguaggio chiaro”.
Altrettanto problematica, seguendo il ragionamento di Donner, è la traduzione di al-Ra’d, 37:
Così abbiamo rivelato il Corano, saggezza in lingua araba. Se seguirai i loro desideri dopo la scienza che ti è giunta, non troverai un protettore contro Dio, nessuno ti salverà. (13:37, trad. Zilio-Grandi)
وَكَذَٰلِكَ أَنزَلْنَـٰهُ حُكْمًا عَرَبِيًّۭا ۚ وَلَئِنِ ٱتَّبَعْتَ أَهْوَآءَهُم بَعْدَ مَا جَآءَكَ مِنَ ٱلْعِلْمِ مَا لَكَ مِنَ ٱللَّهِ مِن وَلِىٍّۢ وَلَا وَاقٍۢ
Hukman ‘arabiyyan (حكما عربيا) è reso come “saggezza araba” (ma hukm può significare anche “giudizio”); “Saggezza/giudizio araba/o” suonano effettivamente un po’ forzati rispetto a quando sostituiamo “arabo” con “chiaro”.
Occorre tuttavia dire che Donner “stiracchia” un po’ troppo il suo ragionamento. Oltretutto, da un punto di vista strettamente etimologico, non ha neanche tutte le ragioni (ma neanche tutti i torti): la radice ‘a-r-b ha sicuramente fra i suoi significati quello di “rendere chiaro” (ma anche di “raggruppare”, “classificare”), ma tale significato viene espresso soprattutto attraverso il verbo aa’raba (اعرب), cosiddetta “quarta forma”, seguendo la classificazione verbale in uso nello studio dell’arabo al di fuori dei paesi arabi, del verbo ‘aruba.
Donner ha sicuramente ragione nell’affermare che un’interpretazione di tale lemma, spogliata dalla componente etnico-identitaria, e che quindi sottolinei la componente di “chiarezza”, sarebbe coerente con quello che era il panorama socio-linguistico del settimo secolo, data la presenza di una pletora di dialetti nella regione, a volte mutualmente inintelligibili, e una enorme frammentazione di ordine tribale. La Rivelazione sarebbe quindi un messaggio “chiaro”, “semplice” affinché si faccia largo nel vespaio tribale-linguistico dello Hijaz e venga compreso da tutti.
Allo stesso tempo, tuttavia, non è incoerente presupporre che l’interpretazione del messaggio “arabo” non veicoli in sè stessa anche l’interpretazione di Donner. Il metodo storico-critico dell’accademico statunitense è tanto inappuntabile nella sua chiarezza (quasi quanto il messaggio divino, se mi si concede una battuta), quanto incompleto (come spesso accade) quando si tratta di considerare elementi esogeni all’approccio filologico ed esegetico.
Uno di questi elementi è la costruzione dei processi identitari. Per quanto ci si possa sforzare ad affermare che non abbiamo la certezza che il lemma ‘arabiyyan avesse anche originariamente una sfumatura etnico-identitaria, sarebbe oltremodo stolido e scriteriato negare che l’abbia acquisita.
Possiamo azzardare che, nel contesto della Penisola Arabica del settimo secolo, “fare chiarezza” volesse dire anche “unificare”, “raggruppare” (guarda caso, uno dei significati di ‘araba) sotto un’unica identità una massa confusa di organismi sociali altrimenti divisi, senza un senso di appartenenza collettiva. Di conseguenza, “fare chiarezza” significava costruire una forte identità, che non poteva che essere di matrice etnica. Ed è per questo che tradurre “una recitazione araba” piuttosto che “una recitazione chiara” non tradisce il significato della seconda, bensì aggiunge una sfumatura importantissima nel contesto dell’epoca.
Discutere se questa sfumatura identitaria è propria della Rivelazione o è stata aggiunta successivamente sarebbe come parlare dell’uovo e della gallina; occorre considerare il processo di sistematizzazione e canonizzazione del Corano, ultimato sotto il Califfato di ‘Uthman (644-656) - quindi più di 45 anni dopo l’inizio della Rivelazione e più di 20 dopo la morte del Profeta - un processo arbitrario basato, secondo la tradizione, sulle testimonianze scritte di Hafsa, figlia di ‘Umar (il secondo califfo dopo la morte di Muhammad) nonché moglie del Profeta stesso. Le testimonianze scritte della predicazione del Profeta, tuttavia, erano innumerevoli, in diversi dialetti presumibilmente, e sono andate perdute nel processo di redazione di un Corano adattato per tutti i credenti, la cui lingua era molto probabilmente una koiné letteraria dei diversi dialetti (ma con maggiore predilezione verso il dialetto dei Quraysh, la tribù del Profeta).
Sindacare su questo tuttavia significa non tenere conto della dimensione di fede. Il processo identitario arabo si è consolidato definitivamente attorno alla convinzione, che trascende i termini dello sciovinismo, di essere il “popolo della Rivelazione”. L’essere ahl al-Qur’an (popolo del Corano) è, secondo la tradizione, inscindibile dall’essere arabi, poiché si è diventati arabi con la Rivelazione.
È chiaro che una prospettiva del genere oggi fa storcere parecchio il naso. Queste affermazioni oggi non hanno attualità in un mondo arabo che è tutto fuorché monolitico; sono tuttavia difficilmente dibattibili a posteriori, poiché negare l’impulso che l’Islam ha dato al processo identitario collettivo arabo sarebbe sciocco.
Rispondere perciò alla domanda sollevata da questo articolo, sulla sostanziale “arabicità” del Corano, non è facile. Da un punto di vista strettamente storico, con tutti i “però” e i “ma” già parzialmente analizzati, lo è.
Ma da un punto di vista “sacro”, incasellare un messaggio universale come quello islamico in una cornice identitaria, dagli sbocchi potenzialmente sciovinistici, sarebbe altamente problematico.
Piccola nota per il profano: il nome del Profeta dell’Islam è Muhammad, non Maometto. “Muhammad” deriva dalla radice حمد (h-m-d), ed è il ‘ism al-maf’ul (il corrispettivo di un participio passivo) del verbo حمّد (hammada), ossia “lodare grandemente” (è una forma intensiva di حمد, hamida, “lodare”): significa perciò, letteralmente, “il grandemente lodato”. La volgarizzazione “Maometto”, invece, avrebbe origini incerte, probabilmente di natura spregiativa, come sostiene Michel Masson.
Le traslitterazioni dall’arabo sono riportate in maniera semplificata.
È legittimo chiedersi di “quale” arabo stiamo parlando. Sicuramente non si intende la fusha, il cosiddetto “arabo standard” moderno; allo stesso tempo, quello che noi conosciamo come “arabo classico” si canonizzerà più tardi, attorno al nono secolo, come “lingua franca” tra Hijaz, Nord Africa e Asia (insistendo, peraltro, sulla sua “purezza linguistica”, specialmente riguardo all’arabo coranico). Abbiamo ben poche testimonianze scritte dell’arabo pre-islamico: una di queste è la raccolta poetica delle Mu’allaqat, sette poesie di vari autori di epoca pre-islamica, venute tuttavia alla luce in epoca abbaside e sulle quali vi sono parecchi dubbi di contraffazione. Possiamo affermare, con il rischio di semplificare in maniera anche errata, che l’arabo del tempo era l’incontro dei vari vernacoli della regione, e che il Corano (e la sua successiva sistematizzazione, anche se sembra un controsenso) ha contribuito a creare l’arabo classico canonico. Si veda, per maggiori dettagli, Versteegh, The Arabic Language, Edinburgh University Press 2001.
La parola Qur’an (Corano) è il masdar (nome verbale) del verbo qara’a (قرأ), che significa “leggere” o “recitare” a seconda del contesto.
Corrente che annovera studiosi di calibro inestimabile come John Wansbrough (che con opere come Qur’anic Studies e The Sectarian Milieu ha rivoluzionato la prospettiva degli studi sul Testo Sacro e sulla storia dell’espansione islamica attraverso un rigoroso - e controverso - metodo storico-critico), Michael Cook, Patricia Crone, Gabriel S. Reynolds, Angela Neuwirth ecc.
Fred Donner, “Talking about Islam’s origins”, Bulletin of the School of Oriental and African Studies 81/1 (2018) 1-23. Nello specifico, p. 14.




